La verità sul mercato della consulenza: perché pochi risolvono davvero i problemi di debito?

Giuseppe Valvo
IN BREVE: Punti Chiave

Nel mercato del credito italiano c’è un’anomalia che non viene mai detta a voce alta: trovi ovunque qualcuno pronto a prestarti soldi, quasi nessuno realmente capace di aiutarti a gestire quelli che già devi. Vendere un finanziamento è un’operazione da trenta minuti. Disinnescare una posizione debitoria è un lavoro che dura mesi. Indovinate cosa sceglie la quasi totalità del mercato.

Questa non è una considerazione morale, è economia spicciola: l’erogazione si paga subito e in percentuale, la gestione del debito si paga sul risultato e richiede competenze che pochi sono disposti a costruire. È per questo motivo che la consulenza del debito è, oggi in Italia, una nicchia.

La differenza tra erogare e gestire

La maggior parte dei professionisti che operano oggi sul mercato vive sulla concessione di prestiti e finanziamenti. L’obiettivo è piazzare un prodotto – mutuo, prestito personale, cessione del quinto – e la remunerazione arriva dalla creazione di nuovo debito.

Fare consulenza del debito è l’esatto opposto: significa analizzare come ristrutturare, ridurre o estinguere passività già esistenti, senza venderne di nuove.

È un lavoro di analisi chirurgica sulla situazione reddituale e patrimoniale del cliente, di negoziazione diretta con banche, finanziarie, agenzia delle entrate e società di recupero crediti. Richiede di leggere bilanci familiari, valutare l’aggredibilità del patrimonio, conoscere a memoria cosa un creditore può effettivamente attaccare e cosa resta intoccabile per legge. È, banalmente, molto più difficile che proporre un nuovo finanziamento. Ed è meno scalabile, meno automatizzabile, meno vendibile.

Stragiudiziale prima, tribunale solo se necessario

Qui c’è il secondo grande spartiacque del settore, ed è quello che separa i consulenti seri da chi cavalca la moda del momento. Negli ultimi anni il Codice della Crisi d’Impresa e dell’Insolvenza (D.Lgs. 14/2019) ha portato grande attenzione mediatica sugli strumenti come il piano del consumatore, la liquidazione controllata e l’esdebitazione dell’incapiente. Sono strumenti potenti, ma sono strumenti giudiziali: richiedono il passaggio in tribunale, un gestore della crisi nominato dal giudice, tempi lunghi, costi procedurali, esposizione pubblica della posizione.

Vanno bene in alcune situazioni specifiche, tipicamente quando ogni altra via è preclusa. Ma sono l’ultima spiaggia, non la prima opzione. Eppure, è pieno di agenzie che spingono direttamente verso queste procedure, perché generano parcelle elevate.

La realtà operativa è un’altra: nella maggior parte dei casi la soluzione più rapida, più economica e più tutelante per il cliente è stragiudiziale. Significa trattare direttamente con i creditori, costruire un accordo a saldo e stralcio, rinegoziare scadenze, chiudere posizioni con transazioni che evitano il tribunale. Sono operazioni che si misurano in settimane, non in anni, e che lasciano il cliente con una storia creditizia recuperabile invece che con una procedura concorsuale alle spalle.

Perché alla banca conviene trattare

Questa attività non va letta come una guerra aperta al sistema creditizio. Il consulente serio agisce da tecnico che cerca un punto d’incontro, e nella maggior parte dei casi anche la banca ha interesse a trovarlo. Per un istituto di credito è quasi sempre preferibile incassare subito una percentuale certa attraverso un accordo transattivo piuttosto che trascinare la posizione in un recupero forzoso che dura anni, costa risorse interne e ha esiti incerti.

Il consulente del debito conosce questi numeri dal lato della banca, sa quando una posizione è ancora “in bonis” e quando è già classificata a sofferenza, sa quale soglia di stralcio è sostenibile per quel tipo di creditore in quel momento. È un lavoro di mediazione tecnica, non di slogan.

La componente psicologica del debito

C’è poi un piano che la tecnica da sola non copre. Il debito è prima di tutto un carico psicologico che logora la lucidità. Chi si trova in questa situazione è quasi sempre paralizzato dalla pressione dei creditori, dalle telefonate, dalla paura di perdere casa, stipendio, dignità professionale.

Un consulente serio deve saper assorbire anche questo peso, fare da filtro razionale tra il cliente e i recuperatori, riportare ordine in una situazione percepita come catastrofica. Senza questa capacità la migliore strategia legale salta alla prima telefonata aggressiva: il cliente firma cose che non doveva firmare, paga creditori che non andavano pagati per primi, prende decisioni impulsive che peggiorano la posizione.

Il mio metodo

Quando un cliente arriva in studio, le prime due settimane sono di analisi pura. Si raccoglie la documentazione completa: estratti conto, ruoli, decreti ingiuntivi notificati, eventuali pignoramenti in corso, cessioni del quinto attive, contratti di finanziamento con tutti gli allegati informativi. Si ricostruisce l’esposizione reale, che quasi sempre è diversa da quella percepita dal cliente.

Poi si valuta la solvibilità residua: quanto patrimonio aggredibile esiste, quale parte del reddito è impignorabile, quali creditori hanno titolo esecutivo e quali no. Solo a questo punto si imposta una strategia, che nella maggior parte dei casi prevede una sequenza di trattative stragiudiziali con i singoli creditori, partendo da quelli più aggressivi e da quelli con maggior leva negoziale. Il tribunale entra in scena solo se l’analisi mostra che nessun accordo è raggiungibile, o se la quantità dei creditori rende ingestibile una trattativa parallela.

Un mercato inquinato dalle promesse facili

Il settore è inquinato da chi sfrutta lo stato di necessità per vendere illusioni. È facile urlare “debiti azzerati” in uno slogan; è maledettamente difficile costruire una gestione che regga nel tempo e restituisca al cliente una vera riabilitazione creditizia. Essere onesti significa anche saper dire dei no: spiegare che certi percorsi sono più lunghi di quanto sperato, che certi creditori non transigeranno mai, che in alcuni casi conviene davvero il tribunale e in altri assolutamente no. Dipende caso per caso, e chi promette il contrario sta vendendo, non consigliando.

Gestire un problema di debito non è un mestiere per venditori, ma per specialisti della crisi che sappiano muoversi prima di tutto fuori dal tribunale, e ricorrere agli strumenti giudiziali solo quando sono davvero l’unica via residua. Se oggi è difficile trovare interlocutori validi è perché assumersi la responsabilità di difendere una famiglia da un pignoramento, da un’asta o da una cessione del quinto sbagliata richiede un impegno tecnico e umano che pochi sono disposti a prendersi.

Giuseppe Valvo

Da oltre 10 anni aiuto famiglie e professionisti che affrontano difficoltà economiche con banche, finanziarie o con il fisco, fornendo loro soluzioni concrete.

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